Il Parnaso, massiccio montuoso della Grecia continentale, era ritenuto nell’antichità sede di Apollo e della Muse. La metafora del Parnaso come paradiso per poeti e artisti in generali è stata molto utilizzata in poesia ma anche in musica: “Quelli ch'anticamente poetaro / l'età de l'oro e suo stato felice, / forse in Parnaso esto loco sognaro (Pg XXVIII 139-141) “.
Ecco dunque apparire sulle pareti della Stanza della Signatura dipinta da Raffaello tra il 1509 e il 1510, circondato dalle muse e dai poeti, Apollo intento a suonare la lira, strumento che affonda le sue origini nel mito ma che trovò nel rinascimento la sua maggiore diffusione: molto simile alla viola e al violino, esso fu lo strumento con cui Apollo accompagnava la poesia lirica, Orfeo ammansiva gli animali selvatici e Polimnia, intonava il canto sacro ed eroico,
Pochi anni dopo Marcantonio Raimondi realizza una stampa dall’affresco di Raffaello sostituendo la lira con la cetra, strumento greco tradizionale, a pizzico, attributo di Terpsicore, musa della danza.
Ecco dunque Apollo, Orfeo, la lira e la cetra come elementi costitutivi di una sorta di paradiso musicale, il Parnaso, il cui accesso era deputato a coloro che attraverso lo studio gradino per gradino mostravano una dedizione totale all’arte del suono e del canto, dell’esecuzione e della composizione.
Gradus ad Parnassum è per questo il nome di molti metodi musicali: celebre quello di Johann Fux, vero e proprio manuale di contrappunto del 1725, quello di Muzio Clementi del 1817-1827 sulla tecnica pianistica, parodiato da Debussy nel 1908 e quello di Jakob Dont, celebre didatta del violino. [1]
Alla cetra, strumento prediletto da Apollo e quindi punto di arrivo dello studio, furono invece dedicate alcune raccolte barocche vocali e strumentali tra cui quella di Antonio Vivaldi Op.9 e l’ Op.11 di Giovanni Legrenzi, musicista bergamasco di grande successo e di cui quest’anno ricorre il quattro centenario della nascita.